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E SE IMMAGINASSIMO CHE IL LAVORO NON FOSSE SOLO FATICA E SACRIFICIO ?

Se immaginassimo che il nostro lavoro non fosse solo fatica e sacrificio, come cambierebbe la nostra vita ?

Per molte persone il lavoro, al di là del significato che costituisce per ciascun interessato, occupa buona parte della giornata non festiva. Lo spazio dedicato al lavoro, spostamenti compresi, occupa nei giorni non festivi buona parte delle ore in cui rimaniamo svegli.

Supponiamo di iniziare alle 8.30 e di terminare alle 18.30:  compresa la pausa pranzo e gli spostamenti, siamo “al lavoro”, generalmente fuori casa, almeno per 10/11 ore al giorno.

Se sottraiamo dalle 24 ore le 11 ore suddette e le 8 ore di sonno, ce ne restano solo 5 per ciascuna giornata.

Possiamo ben dire che in questa simile situazione ci si riconoscono in tanti e quindi significa che in tanti trascorrono “sul lavoro” o “per il lavoro” buona parte dello spazio di tempo in cui rimangono svegli.

E ciò, complessivamente, vale per tutta la propria carriera lavorativa.

E’ superfluo dire che prima dell’attività lavorativa c’è il percorso scolastico ed accademico, con tutto il tempo necessario per intraprenderlo e portarlo a termine.

Quindi, per molte persone il tempo trascorso per il percorso formativo e per quello lavorativo costituisce la maggior parte della propria vita e quindi non è una questione da poco.

Cosa vogliamo dire con questo ?

Possiamo ben dire che studio e lavoro evocano automaticamente nella maggior parte delle persone i concetti di fatica e di sacrificio.

C’è qualcuno che possa negarlo in modo assoluto ?

Eppure, se immaginassimo che il lavoro, e per estensione lo studio, pur comportando inevitabilmente fatica, dedizione, concentrazione e quindi impiego di energie e di tempo, fosse anche fonte di piacere, come cambierebbe la nostra vita ?

Beh, si dirà, ma per molti il lavoro è comunque una grande soddisfazione, anche senza immaginarla, tanto che alcuni non lo definiscono nemmeno più “lavoro”. Arrivando ad affermare che quando è un piacere non è più definibile come “lavoro”.  In questo caso, il termine viene inteso nella sua accezione più negativa e cioè di fatica, sudore, sacrificio, elementi che per molti – anzi i più – non sono proprio piacevoli.

Si potrà dire: certo, con certi lavori il piacere è assicurato, ma che dire degli addetti ad una fornace in una fonderia o dei minatori a 1.500 metri di profondità?  Possono costoro godere di ciò che fanno?  Più che supporlo, bisognerebbe chiederglielo.

Tuttavia, non è infrequente imbattersi in addetti a lavori manuali anche molto faticosi che si dicono soddisfatti di quello che fanno e di come lo fanno.

Ci sono anche lavori che fisicamente non sono (non sarebbero) particolarmente faticosi, ma lo stress che ne fa da corollario li rende comunque pesanti.

Allora, se studio e lavoro occupano tutto questo spazio, non è il caso di farli diventare piacevoli ?

Possiamo facilmente immaginare che il lavoro del minatore a 1.500 metri di profondità nelle viscere della Terra sia duro e faticoso e possiamo anche immaginare che il minatore senta la fatica e sia consapevole del proprio sacrificio.

Ma il minatore stesso potrebbe provare soddisfazioni per quello che fa, non tanto perché è masochista, ma perché potrebbe essere ben pagato e prova soddisfazione al pensiero che può finanziare gli studi ai propri figli.

Ci è capitato di sentire delle storie di ex-minatori italiani in Belgio che tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta lavoravano in condizioni disumane e di ciò ne abbiamo avuto evidenza nella documentazione fotografica presso il centro culturale “Le Bois du Cazier” di Marcinelle, presso l’ex-miniera di carbone.

Molti minatori si sono ammalati di silicosi e di altre malattie e molti sono morti nella miniera, eppure dai racconti degli stessi minatori emerge una fiamma, una speranza di un futuro migliore per i propri figli. Persone che si sono gravemente ammalate e che hanno visto molti compagni perire sul lavoro ma che hanno detto che lo avrebbero rifatto se fossero tornati indietro !

Il sacrificio è stato così sublimato in soddisfazione, ossia in una forma di piacere.

Quindi, anche in situazioni estreme il sacrificio del lavoro può essere visto da un’altra prospettiva.

Nel nostro periodo storico, buona parte dei lavori vengono svolti in condizioni di gran lunga migliori, tuttavia in molti si lamentano del sacrificio e della fatica, non vedendo e non provando altro da quello che fanno.

Se però si immaginasse che anche i lavori più umili, mal pagati e faticosi sono solo una tappa verso un migliore destino e – in ogni caso – ci si sforzasse di espletare le proprie mansioni nel migliore dei modi, allora sarebbe immaginabile che una parte della fatica e del sacrificio lascerebbe il posto ad un minimo di soddisfazione, che di per sé oltre a gratificare comporterebbe anche una minore percezione del sacrificio e della fatica stessi.

Si potrebbe magari scoprire che il piacere e la soddisfazione non risiedano solo nel raggiungimento della meta ma anche nel percorrere il cammino che conduce alla meta stessa.

Per estensione, oltre al “lavoro”, possiamo includere tutte le azioni quotidiane che sono necessarie anche nella vita privata.

Se si arrivasse a simili conclusioni, come cambierebbe la nostra vita ?

 

Studio Santi & Associati © febbraio 2018