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QUALCOSA STA CAMBIANDO IN QUESTO PAESE ?

Ci siamo dati la regola di non voler trattare temi di politica, in senso stretto, in questo sito, e vogliamo rispettarla.

Tuttavia, per parlare di alcuni argomenti di carattere economico e sociale è inevitabile lambire temi di carattere politico e perciò vogliamo farlo nel modo più obiettivo possibile.

Questo nuovo Governo, nato dall’inedita alleanza M5S-Lega, può costituire un cambiamento paradigmatico non solo in ambito politico, con un venir sempre meno della bi-partizione destra-sinistra, ma anche per l’approccio ai temi economici, visti non solo dalla prospettiva dei freddi numeri.

Il Paese ha seriamente rischiato di essere commissariato con Cottarelli, emissario del Fondo Monetario Internazionale, con un conseguente manipolo di ministri “tecnici”.

Ciò avrebbe portato ad un ulteriore austerità, probabilmente con il taglio di spese utili e soprattutto degli investimenti, avrebbe accelerato, anziché frenare, sulla pressione fiscale e ci avrebbe depresso  ulteriormente, non solo per l’approccio strettamente “contabile” (dei conti pubblici), ma anche per l’aspetto morale.

Con un Governo Cottarelli, da nessuno votato e voluto, la democrazia in Italia avrebbe ricevuto un ennesimo schiaffo, probabilmente insopportabile e del tutto ingiusto.

Sappiamo come stanno i nostri conti pubblici, qual è il deficit, il rapporto PIL/debito pubblico, la composizione di quest’ultimo, ecc. ecc.

Non si mette in dubbio la delicatezza della situazione, ma era ora che si ritornasse alla politica, quella vera, più vicina ai bisogni della collettività e molto più distante dagli approcci tecnocratici, che tanto hanno fatto per alienare le simpatie della gente anche e soprattutto verso l’ “Europa”, o meglio verso l’immagine che le istituzioni comunitarie si sono date da fare per anni per darsi.

Un Governo tecnico avrebbe portato la gente a credere ancora di più che votare sarebbe stato inutile, mentre ora – al di là delle simpatie politiche – sembra che stia emergendo una fiducia di fondo nel Sistema Paese e nelle sue potenzialità, si sta facendo strada un’idea pericolosa per i disfattisti e cioè che non sta scritto da nessuna parte che ci si debba assuefare all’idea del declino  economico, culturale, delle tradizioni, della coesione sociale.

Piaccia o meno, il fatto che l’Italia abbia dimostrato di essere in grado di “battere i pugni sul tavolo” a Bruxelles quando è necessario e di ottenere ciò che le spetta, sta infondendo a livello generalizzato una fiducia che sembrava irrimediabilmente perduta, una nuova energia: in breve, una speranza di cambiamento.

Questo è ciò che si percepisce nell’aria e ciò che si rileva parlando con le persone ed è una bella sensazione.

L’idea che per molto, troppo tempo è stata insinuata nell’immaginario collettivo che questo Paese dovesse soccombere ad un destino di sconfitta economica, imprenditoriale, sociale, demografica, è veramente da rigettare senza pietà e senza appello.

E’ invece giunto il momento di riprendere in mano le redini del nostro destino.

Quando sento che ai ragazzi viene detto da alcuni insegnanti che “da grandi dovete andare all’Estero (chissà poi dove…) perché in Italia non c’è lavoro, non ci sono opportunità, ecc. ecc.” mi viene l’orticaria. Non è sopportabile che si sputi sul piatto dove si mangia e se poi lo fanno taluni insegnanti che hanno una responsabilità enorme nei confronti del futuro del nostro Paese, allora si può dire che la misura è colma.

Ripetere a pappagallo che in questo Paese non ci sono opportunità costituisce insieme una menzogna e un’ingiustizia. Ma soprattutto una mancanza di obiettività.

E’ probabile che tale atteggiamento sia (stato) frutto di anni di martellamento mediatico, ma è ora di cambiare.

Al di là dei colori politici, ora giallo-verdi, il nostro Paese deve riprendere il posto che gli spetta sulla scena internazionale, farsi rispettare e infondere ai propri cittadini la fiducia in se stessi.

Un importante personaggio disse che “se avete fede, potete muovere le montagne”: ed è vero. Cosa si riesce a fare avendo fede ?  Fede nelle proprie capacità e anche nell’aiuto della Divina Provvidenza, perché no ? . E, al contrario, quanto non si riesce ad ottenere pensando sempre in modo deprimente ?

E’ di sinistra o di destra sperare che il nostro Paese possa migliorare ?

Veramente vogliamo ancora perdere tempo nel classificare ed etichettare le idee ?

E, allora, vogliamo pensare ai conti pubblici (che sono l’effetto) o a ciò che li può rendere migliori  (le cause) ?

Vogliamo ancora deprimere il nostro comparto manifatturiero o fare in modo che – sciolta la corda – si possa ritornare a fare impresa nel migliore dei modi senza lacci e lacciuoli ?

Come si può credere che un governo tecnico possa avere la forza politica per mettere la museruola alla burocrazia fagocitante e liberare forze ed energie che creano valore e posti di lavoro, ossia benessere ?

Possiamo ancora pensare che il fallimento ormai palese dell’austerità possa migliorare i conti pubblici ?

Possiamo ridurre tutto all’entità del PIL per misurare la nostra felicità ?

Suvvia, ormai è noto che lo stesso non può essere per nulla l’unico elemento di misura del benessere di una Nazione.

Quindi, nell’onda positiva di speranza che si è creata dall’insediamento di questo Governo, a cui aspettano tante sfide difficili ed un percorso irto di ostacoli, vogliamo credere che il Paese possa realmente raggiungere un vero cambiamento.

Una speranza che deve contribuire al vero cambiamento, combattendo contro quel filone di pensiero disfattista, di coloro che per troppo tempo hanno speculato sul “tanto peggio, tanto meglio”, sulle fragilità di questo Paese.

Se vogliamo salvare questo Paese e anche questa Europa, dobbiamo contribuire tutti a fare in modo che l’idea del declino si trasformi in fiducia.

L’attuale Unione Europea (la cui denominazione è diventata sostanzialmente un ossimoro) da tempio della tecnocrazia deve diventare l’Europa dei Popoli, all’insegna della cooperazione e della solidarietà e non della prepotenza e dell’arroganza di taluni e del menefreghismo di altri.

Non serve a nulla essere un componente di una Comunità che non ti vuole.

La strada verso il benessere è lunga e tortuosa, ma la fatica è più sopportabile se è accompagnata dall’idea di farcela, di riuscire a lasciare alle future generazioni un mondo migliore di come lo abbiamo trovato.

 

Fabrizio Santi  c/o  Studio Santi & Associati © luglio 2018