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INCOSTITUZIONALITÀ DELL’INDENNITÀ DI LICENZIAMENTO COMMISURATA ALLA SOLA ANZIANITÀ DEL LAVORATORE

Pubblichiamo un intervento dell’avv. Eleonora Pini, avvocato giuslavorista.

INCOSTITUZIONALITÀ DELL’INDENNITÀ DI LICENZIAMENTO COMMISURATA ALLA SOLA ANZIANITÀ DEL LAVORATORE

Con comunicato del 26 settembre 2018, la Corte Costituzionale ha reso nota la propria decisione di incostituzionalità dell’art. 3 c. 1 D.Lgs. 23 del 2015 (contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti), con riferimento al metodo di determinazione dell’indennità di licenziamento dovuta al lavoratore a fronte della dichiarazione di illegittimità del provvedimento espulsivo.

In particolare, la norma indicata si occupa della determinazione dell’indennità di licenziamento laddove non ricorrano gli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo o per giustificato motivo soggettivo o giusta causa e, prima della decisione della Corte in commento, disponeva che tale indennità fosse pari “a due mensilità […] per ogni anno di servizio”.

Ebbene, la Corte Costituzionale ha anticipato (con motivazione ancora da depositare) che la previsione dell’indennità crescente in ragione della sola anzianità di servizio del lavoratore è contraria con il diritto e la tutela del lavoro sanciti dagli artt. 4 e 35 della Costituzione.

In attesa del deposito delle motivazioni, si segnala che la conseguenza sarà l’abolizione del meccanismo di automatico calcolo dell’indennità, con conseguente potere del Giudice del Lavoro di scegliere volta per volta fra il minimo e il massimo dell’indennità disposto dalla legge.

Si precisa inoltre che la norma sottoposta al vaglio di costituzionalità, prevedendo unicamente l’anzianità di servizio quale criterio di commisurazione dell’indennità, a seguito della pronuncia della Corte in commento, non indica alcun altro parametro che possa essere utilizzato dal Giudice, ma è possibile che la stessa Corte torni a fare riferimento ai criteri stabiliti dall’art. 8 L. 604/66 ovvero, oltre all’anzianità di servizio del lavoratore, anche al numero dei dipendenti impiegati, alle dimensioni dell’azienda e alle condizioni delle parti.

In buona sostanza, con questa decisione della Corte, il jobs act, sorto con la finalità esplicita di rendere prevedibile il “rischio licenziamento”, manca del tutto il proprio fine, poiché nulla rimarrà prevedibile nella misura dell’indennità, in quanto rimessa alla valutazione del Giudice del Lavoro (fra la misura minima e la misura massima). A ciò si aggiunga che la modifica apportata dal “Decreto Dignità”, ovvero l’innalzamento dell’indennità nelle sue misure minime e massime (rispettivamente da quattro a sei mensilità e da ventiquattro a trentasei mensilità) renderà quindi economicamente più rischioso un licenziamento rispetto alle modifiche apportate all’art. 18 SL dalla c.d. Legge Fornero (che prevedeva una indennità nella sua misura massima pari a ventiquattro mensilità).

Le misure indicate sinora sono applicabili alle imprese con più di quindici dipendenti, ma anche per le piccole imprese si profila un rischio maggiore rispetto al passato: infatti, anche nei casi di licenziamento in una impresa con meno di quindici dipendenti, cesserà l’automatismo della determinazione dell’indennità in relazione alla sola anzianità aziendale del lavoratore e, sempre in forza delle modifiche apportate dal “Decreto Dignità”, l’indennità sarà determinabile dal Giudice del Lavoro fra un minimo di tre mensilità (in luogo delle precedenti due mensilità) e un massimo di sei mensilità (la misura massima rimane invariata).

Avv. Eleonora Pini

(Per gentile concessione, Ottobre 2018)

www.studiolegaleeleonorapini.it