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CON L’OMBRELLINO PER RIPARARCI DALL’URAGANO

Le misure adottate per affrontare l’emergenza economica, diretta conseguenza delle chiusure forzate delle attività, sono assolutamente insufficienti e gravemente in ritardo.

Ma soprattutto, manca alla base una visione di insieme la cui assenza in ambito economico può condurre a risultati disastrosi.

Nell’ambito dell’emergenza sanitaria, non conoscendo l’evoluzione o l’involuzione degli eventi anche per mancanza di precedenti del genere, è comprensibile agire con una visione di breve e di brevissimo periodo, ma ciò non può e non deve avvenire in alcun modo sul fronte di quella che ormai è una vera e propria emergenza economica conclamata.

A prescindere dalla causa di un blocco delle attività così prolungato, era facilmente prevedibile sin dall’inizio che l’economia che non gira non produce flussi finanziari né per le aziende né per il personale dipendente e di conseguenza nemmeno per l’erario.

Purtroppo, gli strumenti posti in atto dal Governo evidenziano un’imbarazzante assenza di lungimiranza e c’è in relazione ad essi una diffusa e cupa rassegnazione.

Molti sono rassegnati al virus e anche all’economia che affonda, nonostante su questo fronte si può fare e molto per salvare la baracca. Invece viviamo un blocco non solo delle attività economiche ma anche delle azioni a salvaguardia delle stesse.

Proviamo ad analizzare per sommi capi gli stessi strumenti raggruppati secondo tre filoni essenziali e cioè: a) misure di carattere fiscale e previdenziale; b) ammortizzatori sociali; c) finanziamenti alle imprese ed ai professionisti.

Chi opera sul campo sa che le misure adottate di carattere fiscale e previdenziale sono prive di coraggio e assunte con un approccio che ha poco a che fare con la liquidità aziendale, mentre per ammortizzatori sociali e finanziamenti alle imprese c’è il difficile “passaggio dalla teoria alla pratica”, dato che la loro attuazione effettiva si scontra con passaggi burocratici esasperanti.

Nel frattempo, tra sterili polemiche e mille chiacchiere a vuoto, la barca si sta inabissando.

Noi non trattiamo in questa sede l’aspetto dell’emergenza sanitaria, che non ci compete, ma vogliamo e dobbiamo trattare l’aspetto dell’emergenza economica, di cui sembra che non ci sia una piena consapevolezza, a dispetto degli atteggiamenti di facciata, da parte di chi ha l’onere di governarci e di chi deve attuare le misure normative d’emergenza, salve le poche dovute eccezioni ovviamente.

In una situazione eccezionale, occorrono misure eccezionali e non solo sulla carta ma nella realtà effettiva.

Non nei dibattiti televisivi, non nei forum in videoconferenza, non nei consessi ristretti ai soliti addetti ai lavori per trattare gli argomenti solo dal punto di vista accademico.

Il pubblico assiste inerme e passivo allo “snocciolare” in Tv di decine e di centinaia di miliardi di euro (che in vecchie lire farebbero arrossire) chiedendosi, o dovendosi chiedere, però quando arriveranno a destinazione e soprattutto a chi arriveranno.

Misure di carattere fiscale e previdenziale

Se in primo luogo, parlando di emergenza economica, è la liquidità delle aziende e dei professionisti che va salvaguardata, allora dette misure contenute nel recente decreto legge ribattezzato non a caso “Decreto Liquidità” non sono adeguate.

In primo luogo perché sono di corto, anzi di cortissimo respiro, dato che considerano scadenze fiscali e contributive fino a giugno, come se le conseguenze economiche del disastro incombente si esaurissero trascorso il primo semestre di quest’anno, per il cui termine mancano solo due mesi e mezzo dalla data in cui scriviamo.

In secondo luogo perché la liquidità delle aziende non può dipendere dall’entità del “fatturato” - termine a-tecnico che si può usare colloquialmente ma non da parte del legislatore in ambito tributario - dei mesi di aprile e di maggio rispettivamente confrontati con quelli di aprile e maggio dello scorso anno al netto di una decurtazione dal 33 al 50 per cento a seconda dei casi.

Il “fatturato”, più correttamente “volume d’affari”, non può in alcun modo misurare la liquidità delle aziende: si pensi infatti ad un’azienda manifatturiera che nel mese di marzo ha subito un “lockdown” parziale e che ha emesso per tale mese fatture per prestazioni di servizi e/o cessioni di beni per un determinato ammontare, magari accelerando le spedizioni e svuotando il magazzino, ammontare che in confronto al quello del marzo 2019 risulta inferiore del 32 per cento (e non del 33 !). E quindi non le spetta la proroga dal 16 aprile al 30 giugno. A fronte del “fatturato” di marzo 2020 emette poi RI.BA a 60 e a 90 giorni D.F.F.M. (data fattura fine mese), ossia le cui scadenze saranno quindi il 31 maggio ed il 30 giugno, quindi scadenze a forte (fortissimo) rischio di insoluti. Ma nel frattempo, non potendo far slittare la scadenza del 16 aprile deve pagare le imposte, Iva inclusa, e i contributi. Un’azienda che può avere posto in cassa integrazione buona parte dei propri dipendenti e che sta attendendo una risposta (“Le faremo sapere”) da parte delle banche interpellate per nuove linee di credito: dove li prende i soldi per pagare le imposte ?

Ammortizzatori sociali

E’ meglio attraversare l’Amazzonia a piedi e senza machete che affrontare la giungla inestricabile delle leggi e leggine, sia nazionali che regionali, che disciplinano (si fa per dire) uno strumento importantissimo di sostenibilità economica per un numero enorme di famiglie.

Domanda di cassa integrazione che deve passare attraverso le maglie strette degli accordi sindacali …

Il pensiero è rivolto agli stipendi di aprile: chi non li percepirà dalle aziende di cui è dipendente quanto dovrà attendere ancora per avere la propria integrazione salariale ?

Come faranno a tirare a campare tutte quelle famiglie interessate nei prossimi mesi se non si sblocca il meccanismo infernale che sovrintende gli ammortizzatori sociali ?

E poi è stato detto loro da uno dei media “certificati” (si certificano da soli, autoreferenzialmente) che quello che percepiranno sarà solo una frazione del normale stipendio ?

Questo non è un articolo “tecnico” ma uno sfogo e quindi ci vogliamo chiedere: perché dobbiamo soffrire in questo modo per avere qualcosa che è giusto che si abbia in tempi accettabili in un Paese civile ?

Finanziamenti alle imprese e ai professionisti

Tutto l’onere di rimpinguare le esauste casse aziendali è stato rovesciato sulle banche, le quali sono a ranghi ridotti e devono evadere un numero molto importante di richieste, sia per le moratorie dei finanziamenti che per nuove linee di credito. Ma anche quelle con garanzia totale e anche dell’80% e del 90% necessitano di tempo. C’è sempre un’istruttoria e non c’è alcun “automatismo” anche sui cosiddetti micro-crediti, a differenza di quanto è stato strombazzato di recente.

Il problema principale è quanto tempo occorre attendere, mentre le aziende devono onorare i propri impegni e i dipendenti devono percepire un’entrata mensile.

Perché in Svizzera si compila un modulo e in 6 ore (sei ore ! ) si riceve dalla banca il denaro richiesto, garantito dalla banca nazionale, a tasso zero e rimborsabile in più anni e da noi si deve sudare freddo ed attendere giorni e giorni per ricevere magari la notizia di un diniego ?

In più, nonostante le garanzie statali ci deve essere sempre e comunque un’alea di incertezza che è a dir poco umiliante e snervante.

 

Speriamo di non doverlo ribattezzare “Decreto Siccità” …

In ogni caso, è triste constatare che ci stiamo attrezzando con un ombrellino per ripararci dall’uragano incombente e che è già visibile all’orizzonte.

 

Studio Santi & Associati © 14 Aprile 2020